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Il periodo più importante della vita
di Vivara
è quello dell'
epoca micenea
(all’incirca nel
1700 a.C.);
da parte dei grandi imperi egiziano ed ittita, si faceva sempre maggiore la
richiesta
di materie prime,
e queste “grandi potenze” si rivolgevano ad altri popoli per procurarsele:
ai Minoici
nel Mediterraneo orientale, ed ai
Micenei
(quelli che i Greci di allora chiamavano Achei) in quello occidentale.
Furono così fondate le colonie della Sicilia, delle sue isole e di quelle
della Campania.
Rientrando, infatti, in Oriente dalle zone metallifere della Sardegna e
della Toscana, i
Micenei
dividevano il viaggio in due parti, con una “ sosta tecnica” nelle nostre
isole flegree. Alleggerivano il carico
raffinando i metalli
e purificandoli
dalle scorie.
Ed ecco che entrava in scena
Vivara.
La sua posizione
strategica
permetteva di controllare l’avvicinamento di navi da tutte le direzioni
(basta andare a Punta Mezzogiorno per rendersene conto). Poiché, inoltre, la
zona anteriore dell’isola (Golfo di Genito) e l’attuale spiaggia della
Chiaiolella allora erano sabbiose, vi si potevano trarre in secco le navi,
per cui da qualsiasi parte soffiassero i venti, le imbarcazioni erano ben
riparate.
Il nostro isolotto era lo
scalo “metallurgico”
del percorso commerciale dei
Micenei,
come indicano gli scavi effettuati nelle varie zone, con i resti delle
fornaci e delle scorie recuperati.
Nel Maggio 2001 abbiamo potuto averne la conferma nell'interessantissima
mostra “Preistoria: dalle coste della Sicilia alle isole flegree"
organizzata dall'Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli, che ha ripercorso
l'importanza di questi luoghi e delle loro rotte nel periodo preistorico.
E “saltiamo” all’epoca dei
Romani,
quando il Golfo
di Genito era
più chiuso dal cratere vulcanico che forma Vivara con il promontorio
procidano di Santa Margherita, cratere in quel periodo molto più alto di
oggi. Il bacino d’acqua circoscritto dal cratere era sfruttato, come costume
dei Romani, per
l’allevamento dei pesci,
da cui il nome
Vivarium,
divenuto poi
Vivaro e,
quindi, dal XIV
secolo,
Vivara.
Dopo la parentesi “romana”, nessuna notizia dell’isoletta fino al
XVII
secolo, quando Vivara fu sfruttata come
riserva di caccia (dopo che già nel
Cinquecento vi
erano stati introdotti
animali per
tale uso da
Alfonso d’Avalos
d’Aragona), e
come
terreno da coltivare.
Verso la fine del ‘600, più precisamente nel
1681, furono costruiti gli
edifici superiori ad opera, sembra, di
Giovanni Guevaro,
duca di
Bovino.
Alla metà del
Settecento,
Re Carlo III di Borbone la ripopolò di animali da
caccia, e, come quasi tutta procida e tanti altri luoghi (Carditello, Fusaro,
Persano, etc. solo per rimanere in Campania) entrò a far parte dei
siti reali di caccia dei Borbone.
L’isolotto fu
interessato, grazie alla sua posizione strategica, anche alle vicende
storiche che riguardano la parentesi della dominazione
francese del
Regno
delle due Sicilie (e della relativa
restaurazione
borbonica a cavallo fra il
XVIII e il XIX secolo),
quando assolse alla funzione di postazione
militare francese con la costruzione dei due
fortini a
Punta Capitello,
poi smantellati dagli Inglesi, ma ancora oggi perfettamente conservati.
Nel
1818 Vivara fu
ceduta
al
Comune di Procida
che ne decise la
coltivazione
per circa la metà della sua superficie, mantenendo la restante parte a
bosco per legno.
Sembra, però, che il progetto non andò a buon fine, perché fino al 1860 gli
unici abitanti dell’isola furono i due soldati della postazione militare
ripristinata.
Nel
1833 il
Comune
di Procida diede in
fitto
l’isolotto per iniziare la
coltivazione
della vite e dell’ulivo,
su una superficie modificata, per le esigenze agrarie, a terrazzamenti, pari
a circa due terzi di quella totale.
Ma neanche questa volta l’attività agricola svolta fruttò e l’isola
fu venduta
nel 1912.
La storia del
possesso “privato”
di Vivara si
conclude con i
fratelli Biagio e
Domenico Scotto La Chianca,
che la possedettero fino agli
anni ’30
del Novecento,
sfruttandola ancora una volta come
azienda
agricola.
Alla loro
morte
l’isoletta divenne, per lascito,
proprietà
dell’Ospedale
“Albano-Francescano” di Procida,
un Ente di assistenza e beneficenza.
Ed
è proprio negli anni ’30 del
secolo scorso che anche la famiglia
Savoia
sbarcò a Vivara, nella persona di
Maria Josè,
moglie del principe
Umberto,
per la quale fu costruita la scalinata che inizia il sentiero principale
appena superata la “casa del caporale”.
Al 1957,
invece, risale il
ponte
che la collega a Procida, che fu costruito dall’Acquedotto
Campano come
sostegno
e alloggio
per la condotta
idrica di servizio all’isola d’Ischia.
Venendo, finalmente, alla storia più recente di Vivara, questa vede
nell’anno
1972 il suo
punto di svolta.
Fu
in quest’anno, infatti, che l’Ospedale,
dopo vari falliti tentativi di darla in fitto ad aziende agricole, ricevette
un’allettante
offerta da una
famosa società
che si occupa di
turismo,
interessata alla sua trasformazione in
villaggio turistico.
Solo l’intervento del Giudice
Giovanni Lubrano di Ricco, esponente del
Comitato Ecologico, e del Dott.
Lello Capaldo,
delegato del WWF,
scongiurarono
questa possibilità, convincendo l’Assessore
Regionale
all’Agricoltura e Foreste
dell’epoca a prendere in
affitto
Vivara
per conto della
Regione, e
farne un
Centro di Osservazione
Naturalistica
per la tutela della Natura.
Nel
1974 Vivara è
dichiarata “Oasi
di Protezione Naturalistica”
e dal
1979 è posta
sotto
vincolo archeologico.
Un altro fondamentale
tassello nella storia dell’isola è la
convenzione stipulata nel
1977 fra l’Assessorato
all’Agricoltura e Foreste della Regione e
l’Unione Trifoglio,
una associazione naturalistica con scopi educativi.
Questa associazione ha svolto per
sedici anni,
fino al
1993, funzione di
salvaguardia e di
guardiania
dell’isolotto, nonché
funzione
educativa nei
confronti dei giovani, a migliaia ospitati su di esso in quegli anni.
Attualmente la
custodia è affidata ai giovani della
Protezione Civile
di Procida, e
l’isola è diventata, nel
2002,
Riserva Naturale Statale. |