La "Scuola di Posillipo"

 

 

 

 

 

 

La "Scuola di Posillipo" fu una scuola di pittura che si sviluppò a Napoli fra il 1820 ed il 1850, "fondata",se così si può dire, da un pittore di origine olandese, Antoon Sminck van Pitloo, italianizzato in Antonio Pitloo. Era formata da pittori che dipingevano il bellissimo paesaggio napoletano, tradizione già florida in città in quel periodo da almeno due secoli, risalendo alla metà del Seicento con Micco Spadaro e Salvator Rosa.

Senza contare poi tutto il Settecento, quando la tradizione vedutistica si consolidò al pari di quella, ad esempio, di Venezia, con la differenza che a Venezia si giunge ad una ben precisa concezione di questo genere di pittura con vertici forse insuperati, mentre a Napoli, invece, più che a risultati del genere si arrivò ad una maggiore varietà di stili e concezioni, fermi restando alcuni precisi punti di riferimento.

In questo periodo i due grandi "illustratori" di Napoli furono: Philippe Hackert, con i suoi paesaggi che sembrano quasi dipinti con un "obiettivo grandangolare"; e Paolo Fabris, cui si fa risalire la tecnica della "guache", con i quadretti dipinti prevalentemente per i turisti come souvenir della tappa napoletana del Gran Tour per ammirare il Vesuvio, le famosissime isole, gli scavi di Pompei ed Ercolano. Una pittura per ricordare i momenti spensierati in un così bello e lontano paese quando sarebbero ritornati nel freddo Nord…

Praticamente le nostre fotografie e cartoline.

Senza tener conto, inoltre dell’importanza della litografia in questo periodo. Grazie all’aumento dei viaggiatori che intraprendevano il lungo viaggio dal Nord al Sud, si sviluppò a Napoli un mercato di questo genere di opere che occupava moltissimi pittori che, se non eccelsi, erano comunque di tutto rispetto. Arrivavano da tutta Europa: dalla Russia Kiprenskji, Bielschoffsky e Scedrin; dalla Germania Carus, Biechen, Catel; dalla Danimarca Dahl; dal Belgio van Hanselaere e Vervloet; e tante maestranze già inserite nei loro paesi di provenienza nel campo dell’editoria.

Questo l’ambiente napoletano al momento dell’arrivo di Pitloo a Napoli; con lui, invece, ecco la novità del taglio di luce e di colore impressionistico, ciò che fece più o meno contemporaneamente nientedimeno che il grande Camille Corot con la sua "Scuola di Barbizon", con lo studio e la pittura non più in studio, ma all’aria aperta, dal vero.

E bisogna tener presente che Corot fu uno degli artisti-viaggiatori che arrivarono a Napoli nell’Ottocento, e più precisamente fra il 1817 ed il 1821, per poi ritornare nel 1828, dimostrando come, anche in presenza di soggetti tanto sfruttati (Vesuvio, Capri, Golfo di Napoli) si possa essere originali e personalissimi nella rappresentazione di un paesaggio.

Come se non bastasse, nel 1828 ci fu in Italia una mostra del pittore inglese Turner, altro grande artista di calibro europeo, che certamente influenzò i due principali esponenti della scuola pittorica napoletana.

Una pittura, quella napoletana, estemporanea, eseguita dal vero al momento, senza seguire particolari regole, con colori a olio o a tempera, su tela, ma anche e soprattutto su carta e cartone.

Una pittura, dunque, sviluppata al di fuori della rigidità accademica e dalle committenze reali, nobiliari o borghesi che fossero, una pittura influenzata dagli artisti europei passati da Napoli, non strutturata così rigidamente come quella "ufficiale".

Pittura "ufficiale" che naturalmente non smise mai di essere prodotta, sia per il gusto spesso tradizionalista della committenza che la ordinava, preferendola a quella "moderna", sia perché per partecipare alle mostre "ufficiali" era necessario presentarvi opere "ufficiali"

Dopo la morte di Pitloo, avvenuta nel 1837, il principale esponente della "Scuola di Posillipo" fu Giacinto Gigante, sebbene le notevoli differenze dal fondatore permettono ad alcuni critici di non annoverare nemmeno Gigante fra gli esponenti della scuola napoletana.

Con la morte di Pitloo e la mancanza di una teoria della "Scuola di Posillipo", il movimento decadde e la pittura napoletana subì un’involuzione ritornando al paesaggio classico, anzi peggio, si arrivò all’aperto contrasto col "vero", giungendo alla composizione del paesaggio ideale, costruito a piacimento del committente dell’opera.

Fra il 1850 ed il 1860 una nuova tendenza di tipo naturalistico, quella, ad esempio, dei Palizzi, portò al declino dei motivi ispiratori della precedente scuola pittorica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vivara

 

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