La Gajola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cominciamo col nome.

Gajola deriverebbe dal latino caveola, cioè "piccola grotta", termine riferito evidentemente a tutte le "piccole grotte" della costa di Posillipo.

Antecedentemente a questo ebbe il nome greco di Euplea (navigazione felice), dall'appellativo di Venere Euplea, protettrice dei naviganti, di cui, si pensava, vi sorgesse un piccolo tempio. In realtà non sembra esserci alcun segno di un tempio sull’isola, e la cosa più probabile è che tale fosse il nome del promontorio di Posillipo, datogli dai marinai della zona che, di ritorno dalla navigazione, finalmente rivedevano la loro costa.

Le prime notizie sulla Gajola la danno utilizzata come punto di avvistamento o come base per gli addetti alle attrezzature portuali ed alle peschiere.

Poi più nulla, come per tutto il complesso Pausilypon

Testimonianze del ‘600 ci rivelano che sulla più piccola delle isole napoletane esistevano ancora molti resti di edifici romani, mentre quelli alla sua base, che una volta affioravano dall’acqua, ormai erano già sommersi, poiché si considera che il fenomeno del bradisismo (che fa elevare e abbassare il livello terrestre) abbia provocato in zona un abbassamento del suolo di circa 3-4 metri da quando Pollione vi costruì la sua magnifica villa. Altra differenza con il suo periodo riguarda la struttura vera e propria dell’isola. All’epoca era un unico blocco di tufo attraversato da una cavità; la copertura di questa cavità è andata assottigliandosi ed infine, nell’Ottocento, è crollata, oggi sostituita da un piccolo ponte che collega i due tronconi in cui è rimasta suddivisa.

La zona dell’antico porto era quella della Cala di San Francesco, alla fine del sentiero che dalla sommità del promontorio scende all’isola, e quella adiacente della Cala dei Lampi.

Naturalmente a mare non potevano mancare le famose peschiere delle ville romane, ed infatti anche Pollione ne era particolarmente appassionato e fiero. Restano, in una prolungamento dell’isola, dei blocchi di tufo attraversati da cavità ancora rivestite in muratura.

Nel 1648, dopo la rivolta che vide coinvolto il famoso Masaniello, l’isola divenne la base dei rivoltosi di Posillipo, che qui posizionarono i cannoni di una nave arenata nei paraggi. Di questa situazione tenta di approfittare Alfonso di Lorena per far ritornare la città sotto il dominio dei Francesi, ma la flotta Spagnola distrugge le sue speranze sconfiggendo definitivamente i rivoltosi, e spedendo di nuovo l’isola nell’oblìo.

Fu nel corso del ‘700 che la Gajola riebbe la sua meritata fortuna, come tutta la zona di Posillipo, grazie alle sue bellezze naturali, ed anche archeologiche, per la verità, grazie ai viaggiatori stranieri, soprattutto pittori. Fra questi Pietro Fabris, il gallese Thomas Jones, il francese Volaire ed il tedesco Wilhelm Tischbein, amico di Goethe, che andava a disegnare e dipingere la domenica alla “Scuola di Virgilio” con i suoi allievi.

All'inizio dell'800 era abitata da un eremita che viveva della carità dei pescatori, che lasciavano da mangiare alla statua di San Francesco sul vicino scoglio, anticamente denominato Limon. Quest'usanza restò anche dopo la morte dell'eremita, ma i marinai vi raccoglievano offerte per festeggiare il santo il 4 ottobre con celebrazioni religiose e d una vendita di beneficenza in cui si alienavano oggetti comprati con i soldi lasciati nel cesto che prima era destinato alla raccolta del cibo per l'eremita.

Nello stesso secolo vi fu stabilita una batteria di cannoni.

Alla metà dell'800 fu costruita la ricca villa che vediamo oggi, rifugio di tanti ospiti, più o meno conosciuti, ma tutti molto importanti.

La villa che sorge sulla terraferma, proprio di fronte a lei è chiamata “conventino”, forse perché costruita sui resti di un convento brasiliano, e fungeva da dependance o da riparo per i giorni di mal tempo in cui non era possibile raggiungere la villa sull’isola.

Nel 1873 la casa esistente sulla Gajola è ampliata e trasformata, divenendo la sede della Società Italiana di Piscicoltura, fondata da Luigi de Negri, che acquistò l’isola nel 1871, ed ottenne dallo Stato la concessione di un’ampia zona di mare (compresi i ruderi contenuti) per la pesca. L’area si estendeva fino alla vicina cala di Trentaremi, ed è qui, nelle sue grotte, che il de Negri voleva impiantare i depositi e la fabbrica per la trasformazione del pesce pescato.

La società intendeva pescare in modo “moderno” da Gaeta a Capo Miseno, comprese Ischia, Procida e Punta Campanella (Sorrento) con i suoi quaranta battelli. Purtroppo la società ben presto fallì e la Gajola fu acquistata dall’ingegnere inglese Nelson Foley, dirigente della Hawtorn-Guppy, azienda del periodo borbonico che si occupava di meccanica, sul lato orientale di Napoli.

Agli inizi del '900 risale l'episodio del "San Giorgio".

La "maledizione" della Gajola non ha risparmiato, infatti, neanche la Marina Militare Italiana. Nel pomeriggio del 12 agosto del 1911 l'incrociatore San Giorgio, varato poco tempo prima nei cantieri di Castellammare, si schiantò a tutta velocità sulla secca davanti all'isoletta. Il comandante fu accusato di essersi "distratto" con una sua "amica" contessa e fu licenziato. Per liberare la nave i tecnici impiegarono più di un mese, nonostante l'utilizzo di cariche esplosive, dopo aver riparato le falle per rimorchiare l'incrociatore in cantiere.

 Negli anni Venti i proprietari erano due: Grunback, che si uccise, e Braun, anch'egli suicida dopo che la moglie fu uccisa da una mareggiata che la sbalzò fuori dalla teleferica mentre ritornava sull'isola.

Poi l'industriale farmaceutico Sandoz, che si uccise gettandosi da una finestra di una clinica svizzera, convinto, erroneamente, di essere sul lastrico.

Dal 1955 al 1965 fu proprietà del barone tedesco Paul Langheim, caduto in disgrazia e mantenuto dal nuovo proprietario: Gianni Agnelli. Eh sì, anche gli Agnelli sono passati da Posillipo! L'eliporto è stato costruito dall'"Avvocato", l'unico, a quanto sembra, a non subire sciagure fra i proprietari susseguitisi negli ultimi secoli.

Dopo Agnelli, nel 1968 un altro noto miliardario acquistò l'isola: Paul Getty senior, che invece subì il "maleficio" della Gajola attraverso il noto rapimento di suo nipote.

L'ultimo proprietario "privato" fu Gianpasquale Grappone, finanziere nel ramo delle assicurazioni, che la acquistò nel 1978 per 350 milioni; la sua sorte segnò anche quella della Gajola: fu arrestato per bancarotta e l’isola fu rivenduta all'asta dal tribunale di Napoli.

Nel 1983 la Regione Campania comprò l'isola per circa 800 milioni di lire all’asta fallimentare.

Nel 1998 è stata concessa in affitto dalla Regione Campania all’associazioneMare vivo” per la realizzazione di un “Centro Mediterraneo per la conoscenza, la valorizzazione e la diffusione delle risorse marine”.

Da allora non è più visitabile.

Attualmente la Gajola è sede di un Parco Marino Sommerso istituito dal Ministero dell'Ambiente per salvaguardare i resti archeologici sommersi a causa del fenomeno del bradisismo.

Per informazioni sul Parco Marino della Gajola si può consultare il sito

 

www.minambiente.it

 

Almeno una menzione merita la Cala di Trentaremi, splendida insenatura adiacente la zona della Gajola, chiusa da una stretta lingua di terra chiamata “punta del cavallo”.

E’ un antico cratere vulcanico scavato dalle onde e dall’uomo per ricavarne il tufo da costruzione. Ancora oggi si possono vedere gli scalini su cui si arrampicavano i “tagliamonte” per raggiungere la cava. Il nome sembra derivi da “tareni", il plurale di “tarì”, un’antichissima moneta di probabile origine araba in uso anche nelle nostre zone. Si pensa che, data l’attività di estrazione del tufo dalla costa, il nome derivi dal pagamento del carico delle navi con “tre-tareni”.

Il tratto della costa di Trentaremi presenta molte grotte, anch’esse cave di tufo. Quella situata proprio dinnanzi alla piattaforma rocciosa chiamata “Tavola di mare” è denominata “Grotta dei tuoni” per il suono che le onde provocano al loro interno, ed un’altra “Grotta delle palombe” a causa dei colombi selvatici che vi nidificano.

Attualmente Trentaremi è raggiungibile solo dal mare, ma fino a quando la Grotta di Seiano, che collega Coroglio con la zona archeologica del Pausilypon, non è stata riaperta al pubblico si poteva accedere alla cala anche via terra, seguendo clandestinamente il percorso fino alla deviazione che permetteva di raggiungere il sentiero che scendeva a picco dal promontorio al mare. Intere generazioni di Napoletani hanno usufruito di questo passaggio per prendere un bagno in uno dei tratti più belli della costa napoletana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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