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Quella
dei Campi Flegrei
è una vasta zona comprendente i quartieri occidentali di Napoli, Fuorigrotta e
Bagnoli; i crateri di
Agnano,
del
Gauro,
degli
Astroni,
del
Monte Nuovo; il
territorio su cui sorgono alcuni Comuni non lontani da Napoli, tra cui
Quarto,
Pozzuoli,
Baia,
Bacoli,
Miseno,
Monte
di Procida,
Cuma
e le antiche città scomparse di
Volturnum,
Sinuessa e
Liternum;
inoltre i laghi
Lucrino,
Averno
e
Fusaro.
Già
abitati dagli antichi, furono così chiamati, "phlegraios" (da cui il
latino "phlegraeus", cioè "ardente), per la loro attività eruttiva e di
bradisismo, ancora presenti nella
Solfatara di Pozzuoli
e nel cratere di
Agnano.
Possiamo considerare i
Campi Flegrei
come un unico
immenso vulcano
con diverse bocche risalenti al periodo del
Pliocène Superiore,
cioè a circa
1.500.000 anni fa,
bocche derivate dal fenomeno che causò l'apertura del Mare Tirreno, e che
influenzarono questo territorio, dalle coste ai laghi, dalle colline alle
isole.
Proprio l'apertura delle
numerose bocche ha impedito la più tipica formazione a cono centrale, sul
modello, ad esempio, del Monte Somma-Vesuvio, favorendo quella di crateri
e coni di piccole dimensioni.
I vari centri eruttivi,
inseriti in una caldera di un diametro di circa 12 chilometri,
sono nati ognuno da una singola eruzione, e per questo definiti
"monogenici".
Quest'area, di Età Quaternaria,
contiene oltre venti centri vulcanici, di cui alcuni distrutti da
successivi depositi eruttivi.
L'aspetto attuale dei
Campi Flegrei è dovuto al riempimento dello spazio situato fra i vari
gruppi di crateri avvenuto mediante il depositarsi dei detriti.
Insediamenti stabili sono
presenti in questa zona fin dalla preistoria.
A Monte di Procida
sono
stati scoperti insediamenti neolitici
del 3.500 a. C.
Testimonianze si hanno
anche dell'Età del
Bronzo, spesso in
villaggi sepolti da materiali vulcanici, e dell'Età
del Ferro.
I Micenei
abitarono a Vivara,
l'isolotto collegato a Procida.
E poi fu "Cuma", con la
colonizzazione euboica, la più lontana dalla madre-patria e la più antica
delle colonie greche in Magna Grecia (VIII sec. a. C.).
Fu anche, questo, il
periodo della mitizzazione dei Campi Flegrei, legata sempre alla loro
natura vulcanica. Furono personificati in Tifeo, gigante con cento teste
che vomitavano fuoco, protagonista della "gigantomachia",
la lotta fra déi e giganti, non a caso ambientata nell'Egeo,
in Sicilia
e nei Campi Flegrei,
appunto, tutte zone a forte attività eruttiva.
Senza dubbio le più famose
testimonianze dei Campi Flegrei nella letteratura sono dovute ad Omero con
l'XI libro dell'Odissea in cui Ulisse incontra Tiresia, l'oracolo dei
morti, nel Lago Averno;
e a Virgilio,
che ne parla nel VI
libro dell'Eneide.
Molte notizie, inoltre, ci
sono giunte da un famoso e prezioso storico e geografo greco, Strabone (63
a.C.-20 d.C.), che
descrive in maniera particolareggiata questa zona nel V libro
della sua "Geografia".
Ma
questi sono soltanto alcuni degli aspetti affascinanti di questi luoghi, assieme a quello delle rovine di antichi siti e città,
talvolta ben visibili, altre mimetizzate o integrate nelle moderne
costruzioni.
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